venerdì 23 marzo 2012

Tesina : Tra felicità e pessimismo

Nel corso delle diversi correnti letterarie della letteratura italiana ci sono stati grandissimi autori con una corrente di pensiero pessimistico alla quale contrapponevano, nella maggioranza dei casi, una speranza, che corrisponde alla loro teoria della felicità. Il pessimismo di un autore, però, è spesso causato da determinate circostanze in cui si trova il poeta, come un difficile periodo storico, la perdita prematura di alcune persone care e di altri fattori che, in qualche modo, possono influire sul pensiero e sulla personalità dell’autore.
Il pessimismo di Ugo Foscolo nasce da una delusione storica e sociale e dal crollo degli ideali rivoluzionari. L’illusione foscoliana è il risultato di un profondo percorso interiore e conoscitivo della realtà, dopo il quale è inevitabile non aggrapparsi ad essa e, tramite l’illusione, rimanere attaccato alla vita. L’illusione, infatti, in Foscolo è puramente immanente, poiché finisce con il terminare dell’esistenza, dato che, secondo la sua visione atea, la morte non esiste, dal momento che dopo la vita c’è il nulla. Il tema dell’illusione si applica all’amore, alla bellezza, alla poesia, e alla morte e al “sepolcro”.
Per Foscolo l’illusione non è una falsa verità o un’utopia, ma è fiducia negli ideali più alti, speranza e sicurezza di proiettare questi ideali nel futuro.





Il pessimismo di Foscolo trova quindi soluzione nell’illusione, in quanto grazie ad essa si ci può aggrappare a qualcosa di più grande, a qualcosa che ci può far star bene, riuscendo così a superare tutte le difficoltà della vita.


“Illusioni! Ma intanto io senza di esse non sentirei la vita che nel dolore [o che mi spaventa ancor di più] nella rigida e noiosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentirne, io me lo strapperò dal petto con le mie mani e lo caccerò come un servo infedele”.

Leopardi è un pessimista cronico, vede tutto come una sofferenza. In un primo momento il suo pessimismo  è storico: l’uomo è infelice per l’inappagatezza del piacere a causa della noia e del nulla, ma trova conforto nella natura che definisce benigna, la quale tramite le illusioni vela gli occhi agli uomini, fornendogli, così facendo, una temporale via di fuga dalla sofferenza.
In un secondo momento, però, dopo la perdita della sua amata Silvia, la quale non è sicuro sia esistita veramente o se sia solo il nome che Leopardi aveva dato al suo ideale di donna perfetta, il suo pessimismo diventa cosmico, Leopardi non crede più nella natura come una cosa benigna, ma la definisce maligna, perché è indifferente alle sofferenze dell’uomo, anzi essa stessa, per questo, ne è la causa.



L’Infelicità non è più legata alla condizione storica dell’uomo, ma è condizione assoluta ed eterna ed immutabile della natura. Pertanto, se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l’uomo può prefigurarsi piaceri infiniti tramite l’immaginazione dalla quale derivano la speranza e le illusioni.

Egli definisce la felicità un illusione: un momentaneo attimo di felicità è, in realtà, un anticipo del dolore, quel dolore causato dalla natura maligna che può cessare solo se fermato dalla morte. Per Leopardi la causa dell’infelicità è la ragione che, portando al progresso, ha allontanato gli uomini dall’incoscienza del vivere. Quindi pensa che gli unici in grado di immaginare ed illudersi sono: gli antichi, i primitivi e i fanciulli, poiché tutti privi di ragione, ovvero sono gli unici in grado di essere felici.


Il Sabato del Villaggio

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni nell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,




fanno un lieto romore;

e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo. 

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno. 

Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave. 


Spiegazione:
Quasta poesia è una metafora che simboleggia il pensiero di Leopardi, in cui dice che gli unici ad essere felici, sono gli antichi, i primitivi e i fanciulli. I fanciulli, secondo Leopardi,  possono essere felici, poiché sono privi di ragione, perché in loro c’è l’incoscienza, la speranza in un futuro perfetto, c’è l’illusione, ed è per questo che secondo lui, solo in quel periodo della vita si può essere felici, perché poi si inizia a prendere coscienza dei beni materiali e si vuole avere sempre di più, diventando infelici per l’inappagatezza del piacere. Infatti lui conclude la poesia dicendo al ragazzo di godersi questa giovinezza, perché non durerà in eterno.

Pascoli nasce a San Mauro di Romagna nel 1855 e muore a Bologna nel 1912. All’età di dodici anni subì la morte del padre che influì moltissimo sulla sua personalità. Il suo pessimismo è dovuto anche e soprattutto dalle circostanze storiche in cui è vissuto. Giovanni Pascoli vive il periodo del Decadentismo, periodo in cui, storicamente parlando, si va alla ricerca di nuove terre da colonizzare, periodo durante il quale si sviluppa il concetto di superuomo, la popolazione bianca si sente in dovere di civilizzare la popolazione nera, considerata inferiore. In questo periodo nascono i miti dell’individualismo, della competizione, del razzismo e i poeti iniziano ad avvertire il decadere della società, da qui il termine Decadentismo.
Pascoli avverte la vita come un immenso mistero in cui prevalgono sofferenza e dolore. Egli, però, a questo suo pensiero pessimistico contrappone la "teoria del fanciullino", ovvero inizia a cercare nelle piccole cose della vita quotidiana una risposta alla sua ansia di conoscere il mistero della vita, comportandosi come un fanciullo che si sorprende di fronte alle cose più semplici della vita e che, secondo Pascoli, vive in ognuno di noi. Questo suo pensiero trova conferma nelle sue opere dove l’autore attribuisce una maggiore importanza alle parole più semplici, all’apparenza banali, facendogli assumere talvolta un valore simbolico.

                  

Anche Pirandello è un esponente del Decadentismo. Il pensiero filosofico di Pirandello si racchiude nell’espressione “Uno, nessuno e centomila”. Secondo la sua concezione il dramma dell’uomo nasce dall’impossibilità di conoscere con certezza la realtà. Pirandello dice che l’uomo non conosce neppure se stesso. Infatti, nel momento in cui crede di essere uno si accorge di essere centomila, perché, a seconda delle circostanze e a seconda dalle persone con cui ci troviamo, ci comportiamo in maniera differente. L’uomo, quindi, accetta di vivere secondo gli schemi che la società gli impone, nascondendosi sotto una maschera, come se interpretasse un ruolo, e in questo stato di solitudine e di incomprensione egli finisce col sentirsi nessuno. A questa sua concezione pessimistica, però, Pirandello, a differenza di tutti gli altri autori pessimisti, non trova soluzione, non vede un'altra società, non c'è una via d'uscita storica. L'unica via di relativa salvezza che talvolta viene data ad alcuni personaggi è la fuga nell'irrazionale, nell'immaginazione che porta verso un "altrove fantastico" oppure la via della follia.
Sia Pascoli che Pirandello fanno parte del Decadentismo ed entrambi avvertono il decadere della società.


Artinvest2000: Ensor James (Pittore belga, Ostenda, 13 aprile 1860 – Ostenda, 19 novembre 1949) "Christ's Entry into Brussels in 1889".


Questo Decadentismo era scaturito dallo sviluppo industriale della Seconda rivoluzione industriale che causò grandi rivalità tra gli Stati europei che si fronteggiarono per la spartizione delle colonie e per il controllo delle materie prime necessarie alle industrie. Dando così inizio all’epoca dell’imperialismo europeo, che può essere considerata una forma diversa del colonialismo.

Nel secondo Ottocento il colonialismo divenne un aspetto fondamentale della politica estera delle grandi potenze. Esso aveva un fine imperialistico: puntava infatti a creare dei veri e propri imperi, organizzati in modo che le colonie fornissero materie prime a basso costo alle industrie dello Stato colonizzatore. In questo modo le industrie potevano mantenere basso il prezzo dei loro prodotti, conquistando i mercati mondiali.
Il colonialismo trovò motivazione anche nel prestigio che arrecava ad una nazione. L’opinione pubblica di allora era molto sensibile all’orgoglio nazionale: possedere terre in continenti lontani riempiva di orgoglio i cittadini inglesi, francesi, tedeschi e anche italiani. La motivazione essenzialmente economica del colonialismo era mascherata anche da una concezione apparentemente “nobile”, ma in realtà profondamente razzista. Secondo questa concezione, l’uomo di pelle bianca, ritenuto superiore e più evoluto, aveva il dovere morale di civilizzare le altre popolazioni. Questa idea costituì un’eccellente arma di propaganda. Questi motivi portarono le nazioni imperialiste a contendersi il diritto di occupare i territori dell’Africa che era un continente quasi interamente “libero” dato che solo l’Algeria era già una colonia francese.
Per evitare una guerra europea a causa dell’Africa, il cancelliere tedesco Bismark convocò nel 1884-1885 la Conferenza di Berlino, con l’obiettivo di stabilire un principio che mettesse d’accordo tutte le potenze. Dopo molte discussioni, fu stabilita questa regola: le future colonie sarebbero appartenute a chi le avesse occupate soggiogate per primo. Ne conseguì che sei nazioni spedirono in fretta e furia in tutta l’Africa eserciti armati. Gli effetti furono devastanti e l’intero continente divenne un’immensa colonia nelle mani dei bianchi.



Tra le tante e diverse forme di occupazione, una delle più crudeli fu quella del Congo Belga, un territorio immenso sulla riva sinistra del fiume omonimo, ricco di avorio, rame e caucciù. Fino al 1908 esso non appartenne al Belgio, ma personalmente al suo re, Leopoldo II, il quale instaurò nella colonia la più brutale forma di sfruttamento mai sperimentata.

Gli abitanti furono obbligati a pagare un’imposta in natura che consisteva nel lavoro forzato di uomini, donne e bambini nelle miniere e nelle foreste. Inoltre i Belgi dichiararono che non avrebbero provveduto al loro nutrimento; d’altra parte i forzati, dovendo impiegare tutto il loro tempo ad estrarre rame e a raccogliere caucciù, non potevano procurarsi il cibo. L’insensatezza di queste imposizioni provocò una percentuale talmente alta di morti per fame, percosse e altre torture, che gli stessi Inglesi se ne dichiararono disgustati. Inoltre, la caccia all’avorio causò lo sterminio degli elefanti.




Per altri motivi, altrettanto criminoso fu il comportamento dei Tedeschi in Namibia, dove essi decisero di sbarazzarsi dell’intero popolo Herero per far posto a coloni bianchi. Fu emesso quindi un ordine di sterminio in base al quale gli uomini venivano passati per le armi, mentre donne e bambini venivano sospinti nel deserto senza acqua e senza cibo. Morirono 60.000 persone, l’intera “popolazione” Herero.

Anche l’Italia tentò di partecipare alla corsa occupando l’Etiopia, ma questo primo tentativo di conquistare una colonia finì con la morte di 5000 italiani, accerchiati dagli Etiopi nella battaglia di Adua: un disastro che causò le dimissioni del governo Crispi.
Ci sono persone che hanno dato la loro vita per lottare contro il razzismo, contro le leggi razziali, come Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Rosa Parks e John Fitzgerald Kennedy.

                   

Gandhi Mohandes Karamchand, soprannominato Mahatma ovvero grande anima, fu il più importante politico indiano di questo secolo e il fondatore dell’indipendenza indiana.
Ha studiato in Bretagna per tre anni e diventò un avvocato. A Londra, ha incontrato delle persone molto importanti che hanno influenzato la sua vita. Essi erano idealisti e credevano che cooperare era meglio del conflitto. Fu in Inghilterra che Gandhi sperimentò per primo i valori della non-violenza. Quando fece ritorno in India nel 1891, aiutò il suo popolo a combattere contro il Governo Britannico che ha continuato a chiedere a loro le tasse. Egli ha combattuto contro il Governo usando la non-violenza. Non usò le armi perché credeva nella pace e nella non-violenza. Essi usarono una resistenza passiva, una non violenta disobbedienza civile. Gandhi fu arrestato diverse volte, ma lui continuava sempre a predicare la pace. Alla fine, nel 1947 l’India ottenne l’Indipendenza. Un anno dopo Gandhi fu assassinato da un giovane fanatico Hindu.
Martin Luther King nacque in Atlanta, Georgia nel 1929. Egli ha frequentato un seminario a Philaderphia ed è diventato il ministro del Negro Church nel Montgomery, Alabama. Per tutto il corso della sua vita ha cercato la pace contro le discriminazioni razziali e le ingiustizie. Nel 1963, Martin Luther King ha portato la marcia per i diritti civili di Washington D.C. come grande contributo nell’aiuto delle persone nere, ottenendo il diritto al voto. E’ stato assassinato il 4 Aprile 1968.
Rosa Parks fu una donna nera che visse nel Montgomery, Alabama. Nel Dicembre del 1955, ella divenne famosa perché si è rifiutata di dare il posto sull’autobus ad una persona bianca. E’ stata arrestata, ma le persone nere hanno smesso di usare gli autobus delle città per protestare contro il suo imprigionamento. Grazie a questo boicottaggio è stata rilasciata dopo 381 giorni di detenzioni.




John Fitzgerald Kennedy è nato nel 1917. Egli ha frequentato l’Università di Harvard e preso parte nella Seconda Guerra Mondiale. Durante la sua campagna per la Presidenza ha iniziato a supportare i diritti civili delle persone nere e vinse il 70% dei loro voti.

Quando divenne Presidente nel 1960, ha continuato i suoi sforzi per abolire le discriminazioni nella vita politica, sociale e civile dei neri. E’ stato ammazzato durante una visita ufficiale a Dallas, Texas, nel 1963 da Lee Oswald.
Durante il periodo dell’imperialismo, gli europei andarono alla conquista degli Stati del Maghreb. Con il termine Magreb si intende l’area più a ovest del Nord Africa che si affaccia sul mar Mediterraneo e sull’Oceano Atlantico.





La regione, detta anche Africa Mediterranea, venne conquistata dai musulmani nel VII secolo. Comprende gli Stati di: Sahara occidentale, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e Mauritania ed è oggi la parte più sviluppata del continente Africano.

La religione più diffusa è quella islamica e la popolazione è formata perlopiù da arabi ed amazighi. Le lingue parlate sono soprattutto l’arabo dialettale ed il berbero, ma anche le lingue europee, in particolare il francese, sono molto usate soprattutto nelle città e negli ambiti dell’istruzione superiore del commercio.
L’economia è relativamente florida, anche per i rapporti con l’Unione Europea. Tra le risorse principali degli Stati del Magreb, oltre all’agricoltura e alle industrie minerarie, vi è anche il turismo, che rappresenta una risorsa molto importante per Marocco e Tunisia. Vi è un benessere economico e sociale maggiore rispetto all’Africa sub sahariana, ma la crescita incontrollata della popolazione ha portato ad una sovrapproduzione e ad una conseguente massiccia emigrazione, per lo più clandestina,  verso i principali paesi europei. Politicamente, dal 1989 gli Stati dell’area hanno dato vita ad una Unione del Maghreb Arabo, cui si fa spesso riferimento con l’espressione grande Maghreb.




Geograficamente, il Maghreb, delimitato ad ovest dall’Oceano Atlantico e a sud dal deserto del Sahara, è attraversato dalle montagne dell’Atlante e dai rilievi, anch’essi di origine terziaria, che ne costituiscono il naturale prolungamento.

Sull’interno si estendono, in rapida successione, numerosi altopiani che delineano una fascia particolarmente arida con la presenza di territori caratteristici della steppa desertica e priva di possibilità di sostenere una numerosa popolazione, eccetto che nelle numerose e confortevoli oasi.
Sul lato del Mediterraneo, il clima sufficientemente temperato favorisce per contro l’agglomerarsi della popolazione; il terreno fertile ha contribuito in passato alla creazione di importanti e storiche città, culla di una civiltà che dai secoli VII e VIII si è arricchita di apporti arabi, che si sono sovrapposti a quelli delle precedenti culture, in particolare a quella berbera.                                                               La Repubblica Tunisina è uno Stato del Nordafrica bagnato dal mar Mediterraneo e confinante con l'Algeria ad ovest e la Libia a sud e a est. Si ritiene che il suo nome, Tūnus, abbia origine dalla lingua berbera, con il significato dipromontorio, o, più probabilmente, "luogo in cui passare la notte".                                                                                                                             






Il 40% della sua superficie è occupato dal deserto del Sahara, mentre gran parte del territorio restante è composta da terreno particolarmente fertile e circa 1.300 km di coste facilmente accessibili. Il paese possiede una rete idrografica scarsamente sviluppata. Il fiume Megerda, lungo 365 km, nasce in Algeria ma si snoda per ¾ del suo percorso in territorio tunisino prima di sfociare a nord di Tunisi. Nella fertile vallata della Megerda si concentrano le attività agricole del paese.

Unico bacino lacustre di rilievo è il lago di Biserta. Il clima si presenta mediterraneo sulle coste, con inverni miti e umidi ed estati calde e secche, mentre è di tipo semi-desertico o desertico nell'interno, con temperature estive molto elevate e precipitazioni scarse.
In Tunisia ci sono 10.434.400 abitanti (2009), per la maggioranza arabi; ci sono tuttavia anche minoranze berbere, e europee, costituita principalmente da francesi e italiani.                                                                                                                        La maggior parte della popolazione parla arabo. Molto parlato è anche il francese, soprattutto nelle città; in alcune località del sud e dell'isola di Gerba è ancora parlato il berbero. Circa il 98% della popolazione è di religione musulmana. Oltre alla minoranza di fede ebraica (1%), è presente anche una piccola componente di credenti di fede cristiana (1%).                                                                                        Dal 1881 al 1956 la Tunisia, pur formalmente retta dal Bey, è soggetta al protettorato francese. Il 12 maggio 1881 viene firmato il Trattato del Bardo: la Francia, già da 50 anni installata in Algeria, batte sul tempo le mire dell'Italia, che contava la colonia europea più numerosa. Il protettorato francese mira a investire nello sfruttamento delle risorse naturali (agricole e minerarie) e quindi a sviluppare le reti di trasporto (stradale, ferroviario e navale). La resistenza anticoloniale dura praticamente per tutti i 75 anni di dominazione francese, alimentata e poi diretta dagli allievi delle prime scuole e università moderne. La guida il partito liberale costituzionale, o Destour, fondato nel 1920, poi soppiantato dal più radicale Néo-Destour, fondato nel 1934 ; nel 1938 il governo francese proclama lo stato d'assedio.                            L’agricoltura contribuisce per il 16% al prodotto interno lordo, l’industria per il 28,5% e i servizi per il 55,5%. Il tasso di disoccupazione è alto, anche a causa dell'alta natalità, che fa sì che la metà della popolazione abbia oggi meno di 15 anni. Anche per questo, la Tunisia è uno dei paesi mediterranei a forte emigrazione, e l'Italia è la seconda destinazione dei migranti tunisini dato la vicinanza geografica.







La Francia possedeva tre colonie nel Maghreb: il Marocco, l’Algeria e la Tunisia.
La Tunisie, l'Algérie et le Maroc sont des pays méditerranéens, trèes liés à l'Europe et à la France en particulier. De culture arabe, ils sont riches d'histoire et de traditions. Au sud, leurs territoirs font partie du désert du Sahara.
Le Sénégal, la Cote d'Ivoire, le Camerun se trouvent sur la cote atlantique de l'Afrique. Ce sont des paus en plein developpement. Dakar (au Sénégal) et Abidjan (en Cote d'Ivoire) sont deux grandes villes modernes et évoluées.
D'autres importants pays francophones sont le Gabon, qui possède d'importants gisements de pétrole, et la République du Congo, qui a un sous-sol aux grandes richesses.

Madagascar est une grande ile visitée par beaucoup de touristes qui admirent ses paysages et son patrimonie naturel exceptionnel. L'ile Maurice est une ile connue dans le monde entier pour ses plages magnifiques. La Réunion est une ile volcanique qui a un statut de Dom.
Nel 1952, intanto, in Egitto un gruppo di colonnelli aveva scacciato Faruk, un re fantoccio sostenuto da Inglesi e Francesi, e proclamato la repubblica, affidata al governo autoritario del presidente Gamal Abdel Nasser, che ridusse il Parlamento a un ruolo di pura facciata e stroncò tutte le opposizioni. Nel 1969 la stessa sorte toccò alla monarchia che governava la Libia, rovesciata dal giovane colonnello Muhammar Gheddafi. Entrambi i governi requisirono tutti i possedimenti occidentali. Nesser acquisì un enorme prestigio nel mondo arabo nazionalizzando addirittura il Canale di Suez che apparteneva a una compagnia privata franco-inglese.
           
Le popolazioni bianche andarono a colonizzare il continente africano sia per la necessità di risorse minerarie, sia per un profondo mito razzista. Esse credevano, infatti, di essere superiori alle popolazioni nere e provvidero subito a sfruttarle e a sterminarle, dato che credevano fossero persone inferiori a loro, inutili per la società.
I Bianchi non capivano che anche i Neri avevano dei valori, una cultura piena di tradizioni e dei sentimenti come noi e che non dovevano essere trattati come animali.
Anticamente l’Africa aveva un assetto diverso e fino all’Età Neolitica l’area sahariana è stata fertile ed era abitata da popolazioni di cacciatori, come dimostrano le testimonianze di arte rupestre del Maghreb e dell’Atlante Sahariano (dal VII millennio a.C.) o quelle dell’altopiano del Tassili (ca. 4000 a.C.). In seguito alla desertificazione del Sahara, la parte del continente a sud del deserto è isolata, a differenza dell’area costiera e settentrionale che ha partecipato all’evoluzione di antiche civiltà dell’Egitto, della Mesopotamia e del bacino mediterraneo.







La produzione artistica dell’Africa Subsahariana, in passato definita “Africa nera”, è legata alle tradizioni tribali e si esprime soprattutto attraverso le maschere rituali e le statuette che, pur attenendosi agli schemi di base, possono assumere connotazioni diverse in rapporto alle varie etnie.




Le statuette africane raffigurano per lo più un mitico Antenato di un Clan, che ne rappresenta l’origine e ne incamera la forza vitale, costituendo il principale elemento di congiunzione fra il mondo dei vivi e quello degli spiriti; altre sculture raffigurano invece degli spiriti o simboleggiano la fertilità.

Le immagini non sono naturalistiche, ma sono realizzate attenendosi a schemi formali ricorrenti e con le proporzioni corporee alterate.
L’arte africana era sconosciuta in Oriente fino agli inizi del Novecento, quando, in seguito all’espansione dell’imperialismo, numerosi manufatti, in particolare maschere, sono stati portati in Europa, suscitando l’interesse di numerosi artisti e suggerendo loro nuove possibilità espressive, come nel caso dei pittori Fauves, colpiti dalla vivacità dei colori, o di Picasso, che si è ispirato alle concezioni strutturali tipiche della scultura africana.
L’area costiera dell’Africa, a nord del Sahara, ha avuto una storia molto diversa rispetto al resto del continente, poiché è stata a contatto con le grandi civiltà del passato, come Egiziani, Fenici e Romani, ed è poi entrata a far parte del mondo islamico. Nel Maghreb vi sono interessanti opere di architettura delle popolazioni autoctone, i Berberi.  





Anche la musica, in Africa, è concepita, fin dall’antichità, con finalità pratiche ben precise, quali le invocazioni alle divinità, le cerimonie sociali, i riti propiziatori ecc.

Però, la cultura africana, a differenza di altre, accetta e usa la musica anche come un semplice passatempo che anima la vita quotidiana ed è abbastanza facile, ad esempio, trovare suonatori che si esibiscono per strada, soprattutto nei mercati. In Africa la musica è sentita più che in qualunque altra parte del mondo e tutti amano cantare, ballare, suonare e improvvisare. Lo stesso linguaggio parlato possiede forti accenti ritmici per cui, quando i Neri cantano, dal canto scaturisce una cadenza ritmica particolare che può fare a meno di essere rafforzata dal battito di mani, talmente è precisa. L’innato senso ritmico dei Neri ha fatto sì che essi trovassero l’espressione più immediata negli strumenti a percussione: tamburi a membrana, tamburi a fessura, tamburi di zucca e tronchi scavati. Le melodie della musica africana sono molto semplici e brevi, formate da pochi suoni e ripetuti spesso in forma responsoriale, ma con variazioni improvvise.
La musica etnica dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente unisce l’influenza della presenza raffinata della cultura araba e islamica ai caratteri della musica africana.

 




Come già detto in precedenza questa nuova forma di colonialismo, l’imperialismo è stato causato dalla forte necessità di materie prime scaturita dal forte sviluppo industriale avutosi durante la Seconda rivoluzione industriale.                                                                                                        The Second Industrial Revolution occurred between 1856 and 1878. It was full of great industrial development and considered an economic transformation that, from an agricultural system, led to commercial industry.                                                                                                                             In the factories new machines of production were used, there were new energy sources and new machinery driven by mechanical energy. The great innovation of the Second Industrial Revolution was the introduction of electricity, chemicals and oil.                                                                           



There were new social classes workers who received a salary for their work and the industrial capitalist. The rail system which led to a development of trade, grew up too much. Ships were developed and build thanks to the development of metallurgy and steel huils.                                                                                                                   

In 1869 the Suez Canal was created that allowed traffic between the North Atlantic and Indian Ocean. The factories and capital began to be concentrated in the hands of a few large corporations, harming smaller ones of course.                                                                                                         





Another aspect of this revolution was the increasing number of financial capitalism as opposed to industrial, consequently with the mixing of interests between banks and industries.

This was a very important period that allowed the workers to begin to protest and oppose the bourgeois class. We can say it continues today.
Sicuramente i due protagonisti della seconda rivoluzione industriale sono stati l’energia e il petrolio, le due fonti principali che hanno scatenato la fantasia di scienzati e inventori con l’invenzione di numerosi strumenti che hanno rivoluzionato la vita di allora e che sono arrivati fino a noi.                                                                                                                                                   L'energia è definita come la capacità di un corpo o di un sistema di compiere lavoro. Dal punto di vista strettamente termodinamico l'energia è definita come tutto ciò che può essere trasformato in calore a bassa temperatura. Svolgere un lavoro richiede energia, e quindi la quantità di energia presente in un sistema limita la quantità massima di lavoro che il sistema può svolgere, ovvero l'applicazione di una forza per una distanza richiede un'energia pari al prodotto del modulo della forza per lo spostamento.                                                                                                               Esistono diverse forme di energia: energia nucleare, chimica, meccanica, elettrica, luminosa o radiante, termica e biologica. L’energia può essere ricavata da delle fonti rinnovabili, esistono infatti: l’energia idraulica, mareomotrice, geotermica, eolica, solare, magnetica, potenziale e l’energia harvesting.                                                                                                                             Con energia nucleare si intendono tutti quei fenomeni in cui si ha produzione di energia in seguito a trasformazioni nei nuclei atomici.


L'energia nucleare, insieme alle fonti rinnovabili e le fonti fossili, è una fonte di energia primaria, ovvero è presente in natura e non deriva dalla trasformazione di altra forma di energia. Benché alcuni la considerino essa stessa una fonte rinnovabile, recentemente la Commissione europea si è espressa affermando che il nucleare non è considerabile come rinnovabile.                                                                                                         

Le reazioni che coinvolgono l'energia nucleare sono principalmente quelle di fissione nucleare, di fusione nucleare e quelle legate alla radioattività (decadimento radioattivo).                                                                                                           Nelle reazioni di fissione (sia spontanea, sia indotta) nuclei di atomi con alto numero atomico (pesanti) come, ad esempio, l'uranio, il plutonio e il torio si spezzano producendo nuclei con numero atomico minore, diminuendo la propria massa totale e liberando una grande quantità di energia. Il processo di fissione indotta viene usato per produrre energia nelle centrali nucleari. Le prime bombe atomiche, del tipo di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki, erano basate sul principio della fissione. Si deve notare che in questo contesto il termine atomico è assolutamente inesatto o almeno inappropriato in quanto i processi coinvolti sono viceversa di tipo nucleare, coinvolgendo i nuclei degli atomi e non gli atomi stessi.                                                                    Nelle reazioni di fusione i nuclei di atomi con basso numero atomico, come l'idrogeno, il deuterio o il trizio, si fondono dando origine a nuclei più pesanti e rilasciando una notevole quantità di energia (molto superiore a quella rilasciata nella fissione, a parità di numero di reazioni nucleari coinvolte).
In natura le reazioni di fusione sono quelle che producono l'energia proveniente dalle stelle. Finora, malgrado decenni di sforzi da parte dei ricercatori di tutto il mondo, non è ancora stato possibile realizzare, in modo stabile, reazioni di fusione controllata sul nostro pianeta anche se è in sviluppo il progetto ITER, un progetto che con il successore DEMO darà vita alla prima centrale nucleare a fusione del mondo.


È invece attualmente possibile ottenere grandi quantità di energia attraverso reazioni di fusione incontrollate come, ad esempio, nella bomba all'idrogeno.                                                                                                                        Le reazioni di decadimento radioattivo coinvolgono i nuclei di atomi instabili che, tramite processi di emissione o cattura di particelle subatomiche (radioattività), tendono a raggiungere uno stato di maggior equilibrio in conseguenza della diminuzione della massa totale del sistema. Quelle in cui si ha la maggiore quantità di energia liberata sono i processi di diseccitazione gamma: le particelle interessate sono fotoni generalmente ad alta energia, ovvero radiazioni elettromagnetiche alle frequenze più alte (anche se più precisamente si ha sovrapposizione fra le frequenze delle emissioni X di origine atomica e gamma di origine nucleare).                                                                                                         Il reattore è uno spazio confinato all'interno del quale far avvenire le reazioni di fissione in maniera controllata. Lo scopo iniziale è stato la produzione di materiale adatto alla realizzazione degli arsenali atomici; solo in un secondo tempo a questa motivazione si è affiancata la produzione di energia elettrica. Tutti i reattori sono dotati di un sistema di barre di controllo che permette di regolare la reazione e quindi la potenza generata, nonché di aperture per consentire l'inserimento del materiale fissile e l'estrazione del "combustibile" esausto. Il tutto è racchiuso in un contenitore di acciaio ferritico pieno di acqua o di un altro moderatore che permette alla reazione di svilupparsi in modo regolare. L'acqua è molto spesso anche usata come fluido termovettore, cioè per raffreddare il nocciolo del reattore, che altrimenti fonderebbe, e nel contempo, scaldandosi,  per generare vapore da inviare alle turbine. In taluni reattori anziché normale acqua vengono usate altre sostanze, quali gas o leghe metalliche a basso punto di fusione                                                                                      Il "combustibile" di gran lunga più diffuso è l'uranio arricchito, ma non è l'unico materiale fissile utilizzabile: la ragione per cui si sono sviluppati reattori ad U235 è che essi producono plutonio, utile in tempi di corsa agli armamenti. Di contro le scorie hanno una "vita" molto più lunga che non, ad esempio, se si utilizzasse torio.                                                                                                        Il procedimento di fissione nucleare produce materiali residui ad elevata radioattività. Si tratta di pastiglie di combustibile esaurito (uranio, plutonio ed altri radioelementi) che vengono estratte dal reattore per essere sostituite, nonché dei prodotti di fissione. Questo materiale, emettendo delle radiazioni penetranti, è molto radiotossico e richiede dunque precauzioni nel trattamento di smaltimento. La radioattività degli elementi estratti da un reattore si riduce nel tempo secondo il fenomeno naturale del dimezzamento.                                                                                       






Esistono attualmente due modi principali per smaltire le scorie: per le scorie a basso livello di radioattività si tende a ricorrere al cosiddetto deposito superficiale, ovvero il confinamento in aree terrene protette e contenute all'interno di barriere ingegneristiche; per le scorie a più alto livello di radioattività si ricorre invece al deposito geologico, ovvero allo stoccaggio in bunker sotterranei schermati. Inoltre vengono sfruttati anche degli impianti di rigenerazione in grado di estrarre l'uranio, il plutonio e gli altri attinoidi (detti minori, prevalentemente nettunio, americio e curio) dalle scorie e renderlo riutilizzabile nel processo di fissione nucleare.                                                

Un ulteriore metodo in fase di studio per la trasmutazione delle scorie nucleari (ADS) si basa sull'impiego di un acceleratore di protoni di alta energia (600 MeV - 2 GeV), accoppiato con un reattore nucleare subcritico, avente come barre di combustibile il materiale da trasmutare sotto forma di MOX o altro. Nel caso della fusione nucleare, invece, la produzione di energia avviene senza emissioni di gas nocivi o gas serra, e con la produzione di minime quantità di trizio: un isotopo dell'idrogeno con un tempo di dimezzamento di 12,33 anni la cui radioattività non supera la barriera della pelle umana, e che non è quindi pericoloso per l'uomo se non viene ingerito.                          La sicurezza delle centrali nucleari è stata spesso messa in questione, dal momento che le strutture più visibili, come le torri di raffreddamento, appaiono fragili e potrebbero quindi essere facili obiettivi di attacchi terroristici, ad esempio da parte di kamikaze che impiegassero aerei di linea per colpirle. Secondo i sostenitori del nucleare, questi attacchi potrebbero rendere le centrali inattive, ma non potrebbero produrre contaminazioni radioattive dato che il nucleo delle centrali è protetto da mura di cemento armato spesse diversi metri. La sicurezza della tecnologia nucleare viene garantita, anche se in maniera meno vistosa, non solo nel bruciamento in centrale, ma su tutto il ciclo di produzione, che comprende anche trattamento e deposito. Tuttavia maggior attenzione dovrà comunque essere rivolta agli aspetti riguardanti il trasporto e lo stoccaggio delle scorie.                                                              




Secondo i contrari al nucleare, dato che le fuoriuscite incontrollate di materiale radioattivo mettono a rischio la sicurezza delle centrali nucleari, il rischio delle fughe radioattive sarebbe intollerabile.

Per far fronte a questi timori, tutti gli operatori nucleari sono obbligati a misurare le radiazioni all'interno dei siti ed attorno a essi e a render note tutte le particelle e le radiazioni emesse. Ciò deve essere certificato da un organo di valutazione indipendente. Questa pratica è sostanzialmente identica in tutti i paesi membri dell'AIEA. Nel caso le sostanze fuoriescano in quantitativi considerevoli, cioè al di sopra dei limiti fissati dal NCRP (National Council on Radiation Protection and Measurements, Consiglio Nazionale sulla Misurazione e la Protezione dalle radiazioni) degli Stati Uniti e obbligatorio per tutti i membri AIEA, bisogna mettere al corrente l'AIEA ed è necessario che venga assegnato almeno un livello 5 della scala INES, un evento molto raro. Tutte le attrezzature vengono controllate regolarmente. Inoltre, tutti gli operatori sono obbligati a divulgare pubblicamente gli elenchi completi delle misurazioni.                                                                                                                Un altro problema di sicurezza riguarda il pericolo di fughe radioattive non derivanti da guasti interni alla centrale, ma da eventi esterni che possono compromettere la tenuta delle strutture. Un evento climatico catastrofico, quale un tornado o un terremoto di particolare intensità, potrebbero distruggere l'edificio di contenimento, se non adeguatamente dimensionato.

                

Le centrali a fissione nucleare sfruttano il principio della fissione nucleare, divisione di un nucleo pesante tipicamente uranio in nuclei più leggeri ed energia per la produzione di elettricità. Teoricamente esiste anche la possibilità di produrre energia per fusione nucleare, fusione di nuclei leggeri, ma ad oggi la fusione controllata è ancora in fase sperimentale e lontana dalla pratica realizzazione. Una centrale nucleare a fissione è costituita da un nocciolo dove avviene la reazione nucleare che usa come combustibile uranio o plutonio che genera calore. Il calore viene trasferito tramite un refrigerante all’acqua ottenendo vapore saturo che azionano turbine a vapore che a loro volta azionano alternatori che producono corrente elettrica. Il combustibile esausto della centrale nucleare è costituito da scorie nucleari radioattive che hanno un tempo di decadimento lungo e pertanto vanno stoccate in speciali siti. Altro inconveniente delle centrali nucleari è la necessità di smaltimento di notevoli quantità di calore: una centrale nucleare ha un rendimento termodinamico del 30-35% il che significa che per 30Joule di energia elettrica prodotta se ne generano 70joule di calore che per lo smaltimento richiedono grosse quantità di acqua.
L’inconveniente più grave però è il rischio di incidenti che possono provocare la dispersione nell’ambiente di materiale radioattivo.
Il petrolio, invece, è un insieme di sostanze naturali che si trovano normalmente associate alle rocce sedimentarie e derivano dalla trasformazione o decomposizione di sostanze organiche che, anziché essere distrutte dai normali processi naturali, si conservano e si accumulano nel sottosuolo per milioni di anni all'interno delle rocce sedimentarie stesse che via via si formano. 

         
La sua utilizzazione pratica è antichissima; l'asfalto, che è un suo derivato, fu impiegato nella costruzione della città di UR in Mesopotamia già nel 3000 a.C., per l'edificazione della Torre di Babele, e per vari secoli fu usato come impermeabilizzante e legante.




Un derivato del petrolio, la benzina, ha permesso lo sviluppo del motore a scoppio durante la seconda rivoluzione industriale che azionò la prima automobile a tre ruote costruita in Germania da Paul Friedrich Benz.

Nello stesso periodo, sempre in Germania, Rudolf Diesel metteva a punto il motore a gasolio che funziona con il gasolio e non con la benzina come per il motore a scoppio.            Nella seconda metà del 1800, grazie ai rapidi sviluppi del motore a combustione interno si intravide la possibilità di utilizzare tale macchina termica nei veicoli terrestri che, all’epoca, in molti casi erano poco più di carrozze trasformate o di tentativi arditi di creare qualcosa che la tecnologia all’epoca disponibile limitava fortemente.    
            

I nascenti motori a combustione interna, nell’implementazione moderna del motore Otto a 4 tempi, 1872, avevano tutte le carte in regola per potere venire installati sulle autovetture, anche se ancora c’era un problema… non erano in grado di avviarsi da fermi in quanto la trasmissione non prevedeva la frizione così come la conosciamo oggi. L’introduzione tardiva di quest’ultima nel 1899, unitamente al continuo miglioramento del motore, ha contribuito sensibilmente allo sviluppo della giovane industria automobilistica. L’industria automobilistica a quel punto era avviata ad un grande sviluppo che portò alla nascita di grandi case automobilistiche, tra le quali non possiamo non citare la nostra FIAT fondata nel 1899 e la Ford (1903) che diede un grandissimo contributo allo sviluppo industriale vero e proprio dell’automobile.                                                
                                                  
I tempi moderni vedono l’ingresso o la trasformazione di numerose aziende ancora oggi presenti, ma quell’epoca pionieristica rappresenta qualcosa di unico e di assolutamente irripetibile per l’automobile.                                                          L’automobile, criticata e lodata per vari motivi, rappresenta qualcosa che è entrata nella società in maniera forte e prevedibilmente sarà ancora lì tra molti anni, ma ciò che rappresenta la parte più “importante” della vettura, ovvero il motore, si presta oggi a diverse interpretazioni tecniche che già oggi sono, almeno in maniera ridotta, presenti sul mercato, come soluzioni classiche a combustione interna, elettriche ed ibride.



Purtroppo però, le scorie radioattive, emesse dalla centrale nucleare, e la benzene, presente nel petrolio e nella benzina, sono spesso la causa di numerosi casi di Leucemia, la cosiddetta malattia del “sangue”.                                                                        

Le cause che portano alla Leucemia, oltre a quelle espresse in precedenza, sono:  alcuni farmaci usati per la cura di tumori, specie se in combinazione con radioterapia, possono aumentare il rischio di leucemia "secondaria"; il fumo di sigaretta. È probabile che il benzopirene, le aldeidi tossiche e certi metalli pesanti (come cadmio e piombo) nel fumo di sigaretta siano i fattori maggiormente responsabili; alcune malattie come la sindrome di Down, l'anemia di Fanconi, l'atassia-teleangectasia e la sindrome di Bloom. In questo caso, la mutazione genetica di alcune di queste patologie è a carico di proteine coinvolte nel riparo del DNA. Il rischio di sviluppare una leucemia in queste malattie dipende, dunque, da una minore efficienza dell'organismo di riparare il DNA dopo certe lesioni.

      

I sintomi di questa malattia sono: asteniaanemia, facile affaticabilità, pallore cutaneo, dispnea (da mancanza di globuli rossi), palpitazioni dovute all’anemia, rigonfiamento dei linfonodi. Vaghi disturbi addominali, con anoressia, sensazione di precoce riempimento dello stomaco ai pranzi, dolori al fianco sinistro, ovvero alla milza. Febbricola, sudorazioni eccessive specialmente se notturne, calo di peso, dolori ossei o muscolari, in caso di notevole massa tumorale, possibile ingrossamento del fegato. Inoltre si possono osservare febbre, emorragie, soprattutto dal naso e anche dalle gengive.
Le cellule staminali emopoietiche, che si trovano nel midollo osseo rosso, danno origine a due linee cellulari: la linea mieloide, da cui originano i globuli rossi, alcuni tipi di globuli bianchi (granulociti e monociti) e le piastrine; la linea linfoide, da cui originano i linfociti (un altro tipo di globuli bianchi).
A seconda della linea cellulare verso cui evolve il clone leucemico si parla di leucemia mieloblastica (LM) o leucemia linfoblastica (LL). All'interno di queste due suddivisioni si fa un'altra importante distinzione basata sul decorso della malattia: si possono distinquere leucemie acute e leucemie croniche. Il quadro clinico della leucemia è dovuto essenzialmente all'invasione del midollo da parte del clone neoplastico e alla conseguente distruzione delle cellule emopoietiche normali: il paziente affetto da leucemia sviluppa dunque anemia (per insufficiente produzione di globuli rossi), infezioni frequenti e gravi (per ridotta produzione di globuli bianchi) ed emorragia  (per ridotta produzione di piastrine). La leucemia acuta non trattata ha una prognosi rapidamente infausta, ma risultati soddisfacenti sono stati raggiunti con la chemioterapia e l'eventuale trapianto di midollo osseo. La leucemia cronica rappresenta invece quadri molto eterogenei, tanto che è possibile che non influenzi nemmeno l'aspettativa di vita (leucemia linfatica cronica in stadio precoce).
Si manifesta soprattutto nel primo decennio di età, per quanto riguarda la forma acuta, mentre per le altre forme si diffonde maggiormente dopo il quarto decennio arrivando a picchi elevati intorno all'ottavo decennio.
Le cause che provocano tali malattie non sono ancora del tutto chiare. Attualmente sono noti alcuni fattori di rischio che possono causare la nascita delle forme leucemiche.

        

   

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