venerdì 23 marzo 2012

tesina : gabrile d' annunzio

Ø IL DECADENTISMO
Ø GLI ESPONENTI E LE CORRENTI DEL DECADENTISMO
Ø D’ANNUNZIO: CRONOLOGIA DELLA VITA
Ø VITA MONDANA E RAFFINATA
Ø ACCESO INTERVENTISTA E SCRITTORE PROLIFICO
Ø INDIVIDUALISMO ED ESTETISMO
Ø LE OPERE





Il Decadentismo

Verso la fine del XIX secolo sorsero nuovi indirizzi di pensiero, si affermarono una nuova sensibilità, un nuovo gusto, un nuovo concetto dell’arte.
Questa subì un profondo rinnovamento e venne vista come pura espressione dello spirito dell’artista, come rivelazione autentica dell’essenza più segreta delle cose.
La corrente culturale che andò sviluppandosi prese il nome di Decadentismo.
Esso si presentava come reazione al Positivismo in filosofia e al Realismo in letteratura.

Con il termine decadentismo si indica una tendenza della cultura, del gusto letterario e del costume diffusasi all’inizio del Novecento in Europa e nel mondo occidentale, le cui origini risalgono agli ultimi vent’anni dell’Ottocento.
La parola deriva da décadent, termine usato in Francia con significato dispregiativo nei confronti di quelli che, nella seconda metà dell’Ottocento, venivano definiti “poeti maledetti” per la loro vita disordinata e ribelle, per le innovazioni che introducevano nella loro arte.
Essi non solo non si sentirono offesi, ma accettarono questo appellativo come una giusta definizione del loro Stato d’animo: stanco, annoiato, sazio in una società che a loro sembrava avesse compiuto il suo ciclo storico e fosse ormai vicina alla fine.
Assunsero tale atteggiamento in senso polemico, per ostentare la loro “diversità” rispetto alla gigia banalità del “gregge” costituito dalla gente comune.
Oggi con il termine Decadentismo si indica una corrente culturale che, negli anni tra la fine dell’Ottocento e la Seconda Guerra Mondiale, esprime la crisi profonda inquietudine della civiltà occidentale in un periodo in cui tutto si trasforma velocemente e viene messo in discussione.


Le caratteristiche del decadentismo

Il Decadentismo è un movimento europeo che ebbe origine in Francia.
Il quadro politico dell’Europa negli ultimi anni del XIX secolo e nel Novecento presentava gravi motivi di pessimismo e di angoscia; infatti gli ideali di pace, di progresso, di maggiore giustizia sociale, di una scienza intesa come liberatrice, ideali che erano stati propri del Romanticismo e del Positivismo, venivano contraddetti dalla realtà dei fatti.

L’angoscia esistenziale

Queste nuove idee portarono a un ripensamento critico dei valori sostenuti dal Positivismo, provocando uno Stato d’animo d’angoscia esistenziale, che costituì la base del pensiero decadente, e un’esaltazione della parte irrazionale dell’uomo.
La vita appariva senza scopo, grigia, oppressa dalla noia e dal senso del mistero; in essa l’uomo si sentiva solo, isolato, senza possibilità di comunicare.
Questo generale smarrimento di fronte alla realtà e il formarsi di correnti non più fondate sulla ragione influenzarono l’arte e la letteratura.
Lo scrittore non si sentiva più in grado di fare da testimone, da interprete della sua epoca, strumento di educazione e di elevazione come durante il Romanticismo, quando la poesia e la letteratura avevano uno stretto legame con la vita sociale.
Egli tendeva piuttosto a stabilire con il lettore una comunicazione intima di stati d’animo individuali, di indefinite emozioni interiori.

La negazione della ragione

Un’altra espressione della sensibilità decadente è la negazione della ragione come strumento di rielaborazione della realtà e, al contrario, la rivalutazione della componente irrazionale dell’uomo, della suggestione dei sensi e dell’istinto.
Vennero esaltate le sensazioni, tanto più valide quanto più fuori dalla norma, originali e raffinate.
Anche la natura non era più conoscibile dalla ragione, ma era sentita come oscura, impenetrabile, misteriosa; l’unico tramite tra la realtà e l’uomo era la poesia, a cui era attribuita la funzione di illuminazione e di rivelazione.






Il Decadentismo si diffuse in Italia un po’ più in ritardo rispetto alla sua affermazione nel resto dell’Europa.
Gli esponenti più significativi della corrente letteraria italiana del Decadentismo sono i poeti Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio.

La poesia

Pascoli e D'Annunzio, pur molto diversi nelle loro manifestazioni artistiche, sono espressione di quest’epoca di crisi e della nuova concezione della poesia, vista come rivelazione dell’inconscio, dell’assoluto, del mistero che è la vita.
Gli uomini appaiono al poeta come creature fragili, vittime di un destino sconosciuto e imponderabile, da cui sono costretti a una vita difficile che forse non vale la pena di essere vissuta.

Estetismo e superuomo

Tra le numerose correnti che caratterizzarono il Decadentismo ne tratterò solo due: l’estetismo e la concezione di superuomo; questi sono infatti i temi più ricorrenti nelle opere di Gabriele D'Annunzio.
È invece assente nelle sue opere il dramma della solitudine umana e dell’angoscia esistenziale; anzi, la solitudine dell’intellettuale è vissuta come un privilegio aristocratico di distacco dalle masse.
Il poeta può influenzare gli altri, offrendo loro miti in cui credere e l’esempio di uno stile di vita che si pone al di fuori di ogni regola e di ogni convenzione.
D'Annunzio vuole attuare una vita inimitabile e affronta anche nella realtà gesta clamorose, come furono alcune sue imprese audaci durante la Prima Guerra Mondiale e l’occupazione della città di Fiume.
La poesia è concepita come creazione libera di pura bellezza, in contrasto con le “miserie” del Verismo; la ricerca della parola fondamentale e suggestiva diventa fondamentale per realizzare l’estetismo artistico.



Cronologia della vita

1863: nasce a Pescara il 12 Marzo da Francesco Paolo, possidente, e da Luisa Benedictis.
1874: entra come convittore nel collegio Cicognini a Prato, dove rimane fino al 1881.
1879: pubblica una raccolta di poesie (Primo vere).
1880: sul “Fanfulla della Domenica” esce un articolo del Chiarini a lui dedicato (A proposito di un
          nuovo poeta).
1881: si iscrive alla facoltà di lettere dell’Università di Roma (ma non prenderà mai la laurea). È già noto nel mondo letterario e collabora al “ Capitan Fracassa”, al “Fanfulla” e alla “Cronaca Bizantina”.
1882: conosce il Carducci. Pubblica una raccolta di liriche, Canto novo, e una di novelle, Terra vergine. A Roma, intanto, ha numerose avventure “galanti”.
1883: sposa, dopo una fuga romanzesca, la duchessina Maria Hardouin. Pubblica l’Intermezzo di rime.
1884: gli nasce il figlio Mario (cui seguiranno Gabriele e Veniero). Pubblica una nuova raccolta di novelle, Il libro delle vergini. Comincia la collaborazione alla “Tribuna”, che continuerà fino al 1888, sotto vari pseudonimi.
1885: viene ferito in un duello alla sciabola. In Novembre dirige la nuova serie della “Cronaca Bizantina”.
1886: pubblica la raccolta di novelle San Pantaleone e le poesie di Isaotta Guttadauro.
1887: con il De Bosis compie un’avventurosa crociera sull’Adriatico: vengono salvati da una nave da guerra.
1888: da Luglio a Dicembre scrive il suo primo romanzo, Il piacere.
1889: pubblica Il piacere; revisiona l’Isaotta Guttadauro che diventa Isotteo-Chimera.
1891: esce nella “Nuova Antologia”, a puntate, Giovanni Episcopo, col titolo Dramatis personae; a causa dei debiti, torna in Abruzzo, ospite del Michetti; scrive L’Innocente, pubblicato nelle appendici del “Corriere di Napoli”.
1892: pubblica L’Innocente, in volume, e le Eligie romane.
1893: pubblica il Poema paradisiaco, le Odi navali e, a puntate, il Trionfo della morte, di cui non aveva ancora ultimato la stesura.
1894: pubblica in volume il Trionfo della morte; ritorna in Abruzzo: a Pescara e poi a Francavilla.
1895: prima a puntate nel “Convito”, poi in volume, viene pubblicato il romanzo Le vergini delle rocce. Pronuncia a Venezia il discorso L’allegoria d’autunno.
1897: viene eletto deputato nel collegio di Ortona; in Parlamento siede all’estrema destra, ma non svolge una vera attività politica. Mette in scena a Parigi, con l’interpretazione della Duse, il Sogno di un mattino di primavera.
1898: rappresenta a Parigi La città morta. Si ritira a vivere con la Duse a Settignano (Toscana) nella villa della Capponcina, che arreda con grande sfarzo.
1899: rappresenta due tragedie, La Gioconda e La Gloria; appaiono sulla “Nuova Antologia” le prime Laudi.
1900: abbandona clamorosamente i banchi dell’estrema destra e si unisce ai socialisti e all’estrema sinistra che attuavano l’ostruzionismo contro i provvedimenti liberticidi di Pelloux. Non viene però eletto alle elezioni successive. Pubblica Il fuoco.
1901: rappresenta la Francesca da Rimini a Roma.
1902: pubblica le Novelle della Pescara.
1903: in Maggio pubblica Maia. Laus vitae, primo volume delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi; in Dicembre escono anche il secondo e il terzo volume. Elettra e Alcyone.
1904: mette in scena a Milano, con grande successo, La figlia di Iorio.
1905: rappresenta, sempre a Milano, La fiaccola sotto il moggio; scrive la Vita di Cola di Rienzo.
1906: a Roma mette in scena, senza successo, Più che l’amore.
1908: nella stessa città riscuote invece successo La nave.
1909: pubblica la tragedia Fedra. Compie il primo volo. Lascia la Capponcina per vivere a Marina di Pisa.
1910: pubblica Forse che sì forse che no. Indebitato per le folli prodigalità e assalito dai creditori, deve vendere la Capponcina; si ritira in un “volontario esilio” in Francia.
1911: in Maggio rappresenta a Parigi, con musiche di Debussy, La martire de Saint Sébastien. In occasione del conflitto italo-turco inizia Le canzoni delle gesta d’oltremare, che pubblica sul “Corriere della Sera”.
1912: per la morte del Pascoli scrive La contemplazione della morte. Pubblica Merope, IV libro delle Laudi. Scrive la Pisanelle oula mort parfumée.
1913: scrive la Leda senza cigno. Mette in scena Le chèvefreuille (che più tardi tradurrà in italiano con il titolo di Il ferro) e La Parisina, musicata da Mascagni.
1915: dopo lo scoppio della guerra mondiale, rientra in Italia, facendosi promotore dell’intervento italiano a fianco delle nazioni dell’Intesa. Dichiarata la guerra, parte volontario e preme sul comando per essere impiegato in azioni rischiose. Il 7 Agosto vola su Trieste, lanciando un messaggio alla città; il 20 dello stesso mese vola su Trento.
1916: il 16 Gennaio si ferisce in un atterraggio di fortuna; per aver trascurato la ferita, perde l’occhio destro. In Settembre, contro il parere dei medici, ritorna al fronte, dove prende parte a varie azioni di guerra.
1917: in Agosto conduce una serie di azioni notturne su Pola.
1918: nella notte tra il 10 e l’11 Febbraio partecipa alla beffa di Buccari; in Agosto comanda un volo su Vienna e lancia un messaggio sulla città.
1919. scrive la Lettera ai Dalmati e nel Settembre, con 287 legionari, muove ad occupare Fiume. Scrive vari Discorsi e Proclami. In Novembre esce Contro uno e contro tutti.
1920: Fiume è assediata e, il 29 Dicembre, D’Annunzio abbandona il potere al Comune.
1921: in Gennaio lascia Fiume e si ritira a Gardone nella villa di Cargnacco, poi chiamata il Vittoriale degli Italiani, dove rimane fino alla morte. Pubblica il Notturno.
1924: è nominato principe di Montenevoso. Pubblica il primo volume delle Faville del maglio: Il Venturiero senza ventura.
1926: viene fondato l’Istituto nazionale per l’edizione di Tutte le opere di D’Annunzio.
1928. esce il secondo volume delle Faville del maglio: Il compagno dagli occhi senza cigli.
1931: pubblica Il sudore di sangue e L’Urna inesausta.
1934. escono i Canti della guerra latina, che costituiscono il V libro delle Laudi: Asterope.
1935: pubblica le Cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele D’Annunzio tentato di morire.
1936: per la guerra d’Etiopia pubblica Teneo te Africa.
1937: è nominato presidente dell’Accademia d’Italia.
1938: il 1°Marzo muore improvvisamente nel Vittoriale.




















Vita mondana e raffinata

Gabriele D’Annunzio, nato a Pescara nel 1863, conseguì la licenza liceale al collegio Cicognini di Prato e si affermò nel campo della poesia con le sue prime raccolte: Primo vere  e Canto novo.
Si stabilì a Roma per frequentare la facoltà di lettere della capitale.
Da allora il poeta cominciò a costruire il suo vivere inimitabile e la sua prestigiosa opera letteraria: gli infiniti amori (in particolare quello con Eleonora Duse, la più famosa attrice teatrale dell’epoca), la passione per i primi voli aeronautici, la vita fastosa da principe nella villa La Capponcina prima e nel Vittoriale poi, le leggendarie e spericolate imprese nella Prima Guerra Mondiale.
D’Annunzio morì nella sua ultima, lussuosa villa che chiamò Vittoriale degli Italiani, in nome del suo grande amore per la patria.




Acceso interventista e scrittore prolifico

Molto intensa e varia fu la sua attività letteraria, costituita da una vasta produzione poetica, narrativa e drammaturgia, nonché di prose giornalistiche, di memorie ed impressioni.
Collaborò con molti giornali, cronache culturali e mondane che contribuirono alla sua fama e maturarono in lui il vivo senso dei bisogni del pubblico e delle mode letterarie.
Oberato però dai debiti a causa della sua vita lussuosa e delle sue dispendiose abitudini, decise di scappare in Francia per sfuggire ai creditori.
Qui scrisse molte opere teatrali in francese e le Canzoni della guerra d’oltremare per celebrare la guerra italiana in Libia.
È però in Italia che scrive la sua più vasta produzione poetica: iniziò a scrivere poesie in cui i tratti di derivazione carducciana e naturalistica vengono accentuati in una sensualità tipicamente dannunziana.
Seguirono poi scritti influenzati dalla poesia parnassiana francese prima, e ispirati alla Roma barocca poi; in particolare il suo Poema paradisiaco esercitò una forte influenza sulla poesia del primo Novecento.
Le sue opere più importanti, però, son racchiuse in una collana di volumi: Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi.
Avrebbe dovuto comprendere sette libri, ma gli ultimi due non vennero mai pubblicati per via della morte del poeta: Maia. Laus vitae, Elettra, Alcyone, Merope, Asterope: gli inni sacri della guerra giusta 1914-18; i libri non pubblicati, perché solo progettati, ma mai scritti, erano: Taigete: il sogno dell’uomo e Celeno: laus mortis.
Non meno vasta fu la sua produzione narrativa.
Cominciò con alcune raccolte di novelle di ispirazione veristica, ma pervasa da un lirismo simile a quello del contemporaneo o più vicine al naturalismo francese.
Successivamente si dedicò, per quanto riguarda la narrativa, solo al romanzo, anche perché esso incontrava di più il favore del pubblico.
Tra i suoi scritti si può ricordare il primo, che fu anche il più famoso: Il piacere.
Nei romanzi seguenti operò la suggestione dei romanzieri russi.
Tra questi si può ricordare il Trionfo della morte, dove si affaccia per la prima volta una caratteristica degli scritti dannunziani: la concezione del superuomo.
D’Annunzio è anche uno scrittore contemporaneo, e lo dimostra nel suo ultimo romanzo, dove si apre alla nuova realtà delle macchine, in particolare degli aeroplani.
D’Annunzio si impegnò anche nel teatro, con una serie di drammi che modificarono il gusto verista allora prevalente.
Questi testi, per il linguaggio ricercato, lontani dal gusto contemporaneo, conobbero una loro popolarità, anche grazie alle interpretazioni della Duse.
In seguito egli cominciò a pubblicare delle prose di riflessione e di memoria che prevalsero negli ultimi anni della sua vita.
Sono scritti che sembrarono rivelare un D'Annunzio intimo e dimesso e costituiscono esempi di una prosa più moderna e sincera.
Esperimentò nella prosa la poetica dei naturalisti e dei veristi italiani, svuotandoli del loro contenuto ideologico e sociale e lasciandosi attirare dal gusto del primitivo e del selvaggio e da una tecnica descrittiva tanto obiettiva quanto minuziosa, impassibile e crudele.







Individualismo ed estetismo

La produzione letteraria di D'Annunzio, ammiratissima tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, appariva già superata alla fine della Prima Guerra Mondiale.
Della sua arte infastidiva la mancanza di un vero sentimento: un’arte che si fa ammirare, ma non commuove.
Il poeta visse in maniera piuttosto esteriore e superficiale le esperienze del Decadentismo, del quale parve non cogliere il dramma morale, ma soltanto alcuni atteggiamenti più comuni alla sua indole.
L’individualismo, sentito come esaltazione del proprio io, al centro dell’attenzione; l’estetismo, cioè la concezione della vita come culto dell’arte e del bello.
Nello stesso tempo D'Annunzio si presenta come continuatore della tradizione classicista italiana, nella ricerca della parola poetica raffinata, inconsueta, suggestiva.
Egli spezza i legami sintattici e usa in modo originale la metafora, creando una sequenza di immagini che scaturiscono liberamente una dall’altra.
Gli effetti sonori, come le assonanze e le onomatopee, sono ricorrenti nelle sue poesie.
I versi sono brevi e non seguono uno schema fisso, le rime sono distribuite liberamente o sostituite dalle assonanze.
Le strofe sono diverse da quelle tradizionali.
Il poeta usa un linguaggio fastoso, disponendo parole e immagini in accostamenti musicali e sostituendo parole comuni con termini caduti in disuso; ricorre con insistenza a ripetizioni e a ritornelli.






                                                               I PASTORI

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che è verde come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natìa
rimanga ne’cuori esuli a conforto
che lungo illuda la loro sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
Conosce il tremolar della marina!

Or lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.

Ah, perché non son io co’miei pastori?







PARAFRASI

In Settembre i pastori abruzzesi lasciano i recinti all’aperto per andare con il gregge verso il mar Adriatico che è impetuoso, ma verde come i pascoli che i pastori hanno appena lasciato.
I pastori bevono molto alle sorgenti di montagna in modo da non avere sete durante il lungo viaggio, ma soprattutto perché il sapore di quest’acqua li conforti, ricordandogli la loro terra perché, avendola lasciata, sono tristi.
Prima di partire prendono un nuovo bastone in legno d’avellano.
I pastori si incamminano verso la pianura attraverso il sentiero che hanno percorso loro stessi l’anno passato, ma anche i loro avi.
Il sentiero sembra un silenzioso fiume di erba.
I pastori attendono con speranza che qualcuno gridi di aver visto il mare, così da avere la certezza che il viaggio è quasi al termine.
Ora il gregge cammina lungo la spiaggia.
Non c’è vento.
Il sole illumina la lana delle pecore così tanto che si confonde con la sabbia della spiaggia.
Il rumore che provoca il passaggio delle pecore sulla riva, calpestando l’acqua, è dolce.
Ah, perché non ci sono anch’io insieme ai pastori?








LA PIOGGIA NEL PINETO



Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano con gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il cielo cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi,
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Solo una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode voce del mare.
Or s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda, il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.


PARAFRASI

Taci.
All’inizio del bosco non sento le parole umane che dici; ma sento parole diverse che parlano con gocce e foglie lontane.
Ascolta.
Piove da nuvole sparse nel cielo.
Piove su le tamerici imbevute di salsedine e bruciate dal sole, piove sui pini che hanno una corteccia ruvida e aghi aguzzi, piove sui mirti, sacri alla dea Venere, piove sulle ginestre risplendenti di fiori gialli raggruppati e fitti, luminosi come il sole, piove sui ginepri folti di bacche profumate.
Piove sui nostri volti verdi come il bosco, piove sulle nostre mani nude, su nostri vestiti leggeri, sui pensieri puri a cui l’anima si apre, divenendo nuova, su la vita e l’amore che ieri ti illuse, che oggi mi illude, o Ermione.
Senti?
La pioggia cade sulla solitaria vegetazione, il rumore ritmato delle gocce che cadono è più o meno intenso a seconda del fogliame, più o meno rado.
Ascolta.
Risponde alla pioggia il canto delle cicale, che né la pioggia proveniente da sud, né il cielo grigio impaurisce.
E il pino ha un suono, il mirto un altro, il ginepro un altro ancora, sembrano strumenti musicali suonati da innumerevoli dita: le gocce di pioggia.
E noi siamo immersi nello spirito del bosco, viviamo la vita delle piante, e il tuo volto trasfigurato è impregnato di pioggia come una foglia, e i tuoi capelli profumano come le ginestre chiare, o creatura della Terra che ti chiami Ermione.
Ascolta, ascolta.
Il canto delle cicale che volano si fa a poco a poco più cupo sotto la pioggia che batte più forte, ma un altro canto vi si mescola, il canto rauco delle rane che viene da laggiù, dall’umida oscurità lontana.
Sempre più sordo e più fioco, si attenua, si spegne, tace.
Rimane viva solo una nota che trema, tace.
Ricomincia, trema, tace.
Non si sente nessuna voce provenire dal mare.
Ora si sente su tutti i rami il rumore della pioggia color argento che purifica, il suo rumore varia a seconda che le foglie siano più fitte o meno fitte.
Ascolta.
La cicala è muta; la rana, lontana, canta nell’oscurità, chi sa dove, chi sa dove!
E piove sulle tue ciglia, Ermione.
Piove sulle tue ciglia nere e sembra che tu pianga, ma di piacere; non sei bianca, ma quasi verdeggiante, sembra che tu esca dal tronco di un albero.
E tutta la vita è nuova e profumata, il cuore nel petto è puro e perfetto, gli occhi, tra le palpebre, sono come sorgenti tra l’erba, i denti, nelle gengive, sono come mandorle acerbe.
E andiamo di cespuglio in cespuglio, ora uniti, ora separati (e gli arbusti vigorosi e robusti ci impediscono il cammino) chi sa dove, chi sa dove!
Piove sui nostri volti verdi come il bosco, piove sulle nostre mani nude, su nostri vestiti leggeri, sui pensieri puri a cui l’anima si apre, divenendo nuova, su la vita e l’amore che ieri mi illuse, che oggi ti illude, o Ermione.



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